Conoscersi a tavola. Quanto c’è di psicologico in quello che mangiamo.

Che cosa ci spinge a scegliere o a rifiutare determinati alimenti? E perché alcune persone esprimono curiosità verso cibi sconosciuti mentre altre non rinuncerebbero mai ai loro piatti familiari? Comprendere la psicologia del nostro ed altrui comportamento alimentare solleva importanti interrogativi che ci portano a riflettere e a scoprire tratti della nostra personalità piuttosto che ricondurre il tutto ad una semplice questione di gusti.

Ancor prima di una diretta esperienza con gli alimenti, il feto percepisce i primi sapori a partire dalle abitudini alimentari della madre ed il cibo assume fin dalla nascita un valore emotivo affettivo oltre a quello strettamente legato alla sopravvivenza considerato che, nella prima infanzia, l’alimentazione assorbe quasi completamente la capacità interattiva del neonato.
Gli stili alimentari cominciano a modellarsi durante lo svezzamento per influenza dei genitori attraverso la scelta di determinati alimenti rispetto ad altri, la quantità delle porzioni, la regolazione oraria e le stesse figure genitoriali, attraverso il loro comportamento durante i pasti, forniscono ai figli un modello di riferimento per i comportamenti alimentari. Per tanto, un clima positivo e un rapporto equilibrato col cibo risultano essere fondamentali per non esporre il bambino a futuri disturbi.


7 - conoscersi a tavola


Le stesse condotte alimentari sono soggette a cambiamenti anche se sono stati rintracciati tre principali momenti evolutivi dell’ideologia che guida l’alimentazione; infatti nei bambini e negli adolescenti l’appetito è guidato dal piacere e dal sapore del cibo, solo successivamente maturando subentra la sensibilità alla salute e all’apporto nutritivo mentre l’attenzione al significato spirituale e religioso dell’alimentazione aumenta con l’invecchiamento.
Ma cosa ci spinge a rifiutare un determinato alimento? Le ragioni sarebbero riconducibili o agli aspetti sensoriali-affettivi del cibo ritenuti negativi, come ad esempio l’odore sgradevole; o all’anticipazione degli effetti ritenuti dannosi legati all’ingestione di un alimento oppure a fattori ideali o concettuali legati alla conoscenza sulla natura dell’alimento che portano a considerarlo inappropriato o ripugnante.
Le persone che mostrano capacità di adattamento nel gustare e conoscere cibi nuovi rivelano una personalità curiosa, ma anche libera e creativa, aperta alla costruzione di esperienze attraverso il cibo, propensa a relazionarsi con le altre culture alimentari per una condivisione della conoscenza, anche se a volte può invece celare la paura di sentirsi intrappolati dal conformismo.
Invece le persone definite “ostinate” tendono a non discostarsi dai cibi conosciuti nella prima infanzia a cui sono affezionate e che vengono ritenuti superiori a tutti gli altri; manifestano diffidenza verso il nuovo, temono la diversità e ricercano l’appartenenza.
L’atto del nutrire e dell’alimentarsi non si esaurisce dunque nel puro soddisfacimento di un bisogno biologico ma costituisce un atto relazionale, sociale e di comunicazione sul quale la profonda influenza esercitata dall’ambiente familiare e dal contesto culturale non si osserva solamente nella formazione dei gusti alimentari ma si traduce nei bisogni, nei desideri della persona e nella costruzione dell’identità personale, per questo interrogarci su quello che mangiamo e sul modo in cui lo facciamo significa tentare di avvicinarci ad una maggiore conoscenza di noi stessi.

Dott.ssa Cristina Pomi

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    Questa rubrica ha come fine quello di favorire la riflessione su temi di natura psicologica. Le informazioni fornite hanno carattere generale e non sono da intendersi come sostitutive di regolare consulenza professionale.

    Apertamente, rubrica di Psicologia a cura della dott.ssa Cristina Pomi e del dott. Daniele Zinghinì.